Ogni volta che sento una regolamentazione teoricamente giusta diventa un esercizio di ipocrisia.

Nel circolino del marketing quelli che non hanno ancora spostato tutto a settembre si alambiccano sulle norme europee sulla trasparenza nell’uso dell’AI entrate in vigore, tra rinvii all’ultimo minuto e no, il 2 agosto. Anche stavolta, come ai bei tempi della GDPR, ogni stato-garante-parlamento-territorio-autonomo-protettorato-margraviato-di-Brandeburgo sembra applicare a suo modo le norme, in modo da farci impazzire e far arricchire gli studi di consulenza legale.
Ma fidatevi: state tranquilli, si tratta dell’eterno ritorno del cookie banner. Una pura formalità, con quel bollino “fatto con AI” che sarà talmente diffuso e sempre più piccolo una volta prese le misure con il predatore garante, che a un certo punto non ci faremo più caso, e alla fine favorirà chi avrebbe dovuto limitare (Google e i “175 partner pubblicitari” che compaiono se osate scavare dietro il banner pubblicitario).
Sarà come scrivere “fatto con il computer”, ci sembrerà ridicolo, ma – ehi – sono le norme, e qui la forma si rispetta sempre.
Di certo non servirà a nulla: ovviamente chi vorrà fare disinformazione politica e deep fake non si preoccuperà granché dell’obbligo del bollino “fatto con l’AI”, anche perché probabilmente starà operando dalla Russia o da qualche bot farm asiatica, mentre il povero marketing manager sarà obbligato a dire che in quel banner non ci sono foto di stock, ma che è fatto con l’AI, che la parte cremosa dello yogurt in TV è fatto con l’AI, che quella auto che vola non vola davvero perché vola con la AI, che quei germi che il tuo disinfettante uccide senza pietà non hanno davvero gli occhi, perché sono fatti con l’AI.
Il marketing è come la Pixar, devi fingere di crederci per mantenere la narrazione (nel caso del marketing la tua, per il tempo di arrivare alla cassa; nel caso della Pixar la loro, per circa due ore). Pensate se in Avatar a ogni scena ci fosse scritto: Ehi, non esistono omini azzurri – Fatto con la AI.
La AI è l’equivalente degli effetti speciali, nel marketing. Anche prima lo yogurt negli spot era tipo Vinavil (davvero). Quel calciatore famoso non aveva davvero colpito la traversa da metacampo per scommessa.
Del resto, il marketing è un deep fake di noi stessi.
Ma invece di dire “oh, svegliatevi, umani scemi", i vari garanti ci stanno “proteggendo con le norme”. E mentre perdiamo tempo con l’etichetta “fatto dall’AI” nel marketing, tutta la disinformazione politica è ampiamente sana e salva – perché, si sa, le norme vincolano solo gli onesti. E il resto rinviato al 2027.
E comunque! Questo testo, come tutti gli altri qui, non è fatto con l’AI. Le immagini astratte e no che trovate nel blog invece lo sono (strano eh! Dite la verità, pensavate che avessi imparato a disegnare e ora siete delusi, mi spiace).
Come al solito, un grazie a Daniela Bollini (Si apre in una nuova finestra) che corregge sempre i miei sproloqui.
(Per chi leggerà perfino venerdì prossimo ci sarà una sorpresa.)
state al fresco,
gluca