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[È venerdì] Una notte all’opera: Turandot, l’Arena, il business

Sono stato per la prima volta a sentire (vedere?) la lirica al celebre anfiteatro veronese, e devo ammettere che…

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Cercando ancora un po’ di rimandare l’inizio della newsletter 100% lavorativa, oggi ho scritto un reportage dalla rassegna estiva della lirica all’Arena di Verona: com’è scritto in un cartellone fuori, “la cosa più italiana che potreste fare” (ma in inglese).

E in ogni caso ho capito che apprezzate in genere anche le divagazioni, visto il successo del mio libro estivo (Si apre in una nuova finestra).

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Una notte all’opera

Del risiko l’antica regola

Ho sempre avuto notevoli remore a partecipare a eventi, spettacoli, sport, esperienze in cui non mi sento perfettamente competente: soprattutto perché non voglio dichiarare a me stesso di essere un turista proprio quando non vorrei esserlo consapevolmente.

L'ho fatta lunga, ma insomma sono stato a vedere Turandot all'Arena di Verona, accompagnato da una gentile amica che si è offerta entusiasticamente di accompagnarmi alla mia prima volta. L'opera lirica per me è come i Pink Floyd, o i Led Zeppelin: cose che esistono o sono esistite, di cui molti sono appassionati, ma che restano capitoli che non hai voglia di aprire, perché magari poi devi finirli quei capitoli — sia mai che un libro non venga finito — e allora li eviti del tutto. (Io ho anche la regola del Risiko, in molti interessi e perfino nei viaggi: per esempio, si visita un paese se hai visitato un paese confinante, regola che pone qualche problema, ma come nel Risiko comunque puoi tirare righe a tuo piacimento tra l'India e l'Australia, ecc.)

Popolo di Pechino, anzi di Verona

Quello che mi si presenta a Verona è qualcosa di diverso, che la dice lunga su come la gente affronti la vita più felicemente di me. C'è sì la serie consueta di caste, platea, poltronissima, poltronissima gold, ma c'è anche la curva (cioè la gradinata), il parterre Verdi (che per un po' pensavo verdi come il colore, mi perdonino gli dei della musica): insomma c'è tutta la gente normale, che però non è normale in senso statistico, cioè non è uniforme, anzi. La gaussiana è molto sbilanciata agli estremi: ci sono i turisti, che sono a Verona e avrebbero preso i biglietti di qualsiasi concerto fosse stato disponibile in serata, anche di Francesco Renga, pur di vedere lucette e Arena di notte; ci sono i liricofili — una minoranza, si distinguono per il libretto in mano, non quello che mi sono fatto fare da Claude il pomeriggio prima, per la paura di sprecare la serata capendoci poco, e vestiti dignitosamente come per una presentazione di un libro —, poi c'è il gruppone dei geometri-parrucchiere-casalinghe-assessori comunali (scrivo professioni a caso ma avete capito), che sono lì per "godersi lo spettacolo", qualunque cosa significhi. Minoranze di eugenii cau e ragazze centro sociale, qua e là. E poi c'è lui, il cineasta mancato. Ne riparleremo.

Signore, ascolta! La borraccia no

Fuori, tutto l'ecosistema mobile che puoi vedere perfino a San Siro: venditori di bottigliette di acqua — capirò poi il motivo — e soprattutto cuscini, tanti cuscini, meraviglia dell'economia di mercato, a prezzi differenziati su feature che non so distinguere (refrigerati? Peso massimo sopportabile? Quelli da un euro e mezzo sono usa e getta, poco più di cartoni per la pizza?). Non lo so, perché io, previdente e lettore di FAQ di tutti i tipi, me lo sono portato da casa: il duro marmo romano, per tre ore e oltre di seduta, non è ergonomico.

[continua]

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[eccoci di nuovo]

Si entra, dunque. Ci sono i controlli con il metal detector. "Ho le chiavi in tasca", dico. L'addetto mi dice che non c'è problema, forse non era un metal detector ma un arco celebrativo, che ne so io di queste cose da lirici. Però la borraccia no, quella la devo lasciare, per ragioni di sicurezza. La mia amica anche lo spray antizanzare, per ragioni di sicurezza. Io le dico che le zanzare non volano fino al terzo anello, dove abbiamo trovato forse gli ultimi due biglietti dei tredicimila posti della serata, e lei si tranquillizza. Io un po' meno, perché ho capito che questa cosa mi costerà.

Siamo arrivati con un anticipo clamoroso, e quindi per un po' ci siamo noi, i turisti stranieri (una tizia davanti a me non riesce a credere che sia davvero un'arena romana, è in pieno stendhal-vibe) e gli addetti alle bibite, che meritano un capitolo a parte.

Libiam ne' lieti calici antisommossa

Non so perché, mi ero fatto l'idea che dentro ci fosse un raffinato bar a tema, una via di mezzo tra Movieland e il foyer dell'Auditorium Parco della Musica. Niente di tutto questo: è lo stadio Olimpico. Ci sono i bibitari, che in esperanto vendono birra (8 euro) in lattina versata in bicchiere di plastica antisommossa (come allo stadio, appunto: ma che ne so, penso, magari quando il tenore stecca la gente si infuria). Bottiglia mignon di vino di origine non identificata, 25 cl, 10 euro. Mi pare di essere in aeroporto, ma con meno scelta. Opto per due minerali San Bernardo da 50 cl, sei euro totali. Problema: non accettano il POS, e io non ho spicci né contanti. (Lo so, lo so, non infierite: forse il POS rovina l'aria antica della Turandot.) Comunque riesco a corrompere un tizio che mi dice che al peggio prende Revolut – disclaimer per i miei clienti/amici di Banca Etica: app che ho solo per esigenze di benchmarking – e quindi ho pagato a un tale Pippo Salvatore Iannuzzo, sperando che non ci sia una retata della Finanza nei prossimi giorni. Sono paranoico per queste cose, problema mio, che il geometra di fianco a me sicuramente non ha. Ovviamente, neanche l'ombra di uno scontrino fiscale né di un inventario del venduto: forse l'Arena gode di una sorta di extraterritorialità, del resto la lirica è patrimonio dell'umanità, mica dell'Agenzia delle Entrate.

In questa reggia, orror!

E poi inizia. Non posso commentare la performance (non sono all'altezza), i costumi sfarzosi o la trama (sempre quella di Puccini, dunque che puoi dire). Puoi solo fare oh, perché in effetti è un grande oh, ed è anche inclusivo, perché oh lo possono fare tutti. Qui però posso commentarla, la trama: è veramente scorrettissima, socialmente e politicamente. Ci sono imperialismo, appropriazione culturale, sadismo, uso di violenza fisica, psichica e sessuale, crimini di guerra e sfruttamento della prostituzione, il tutto con un finale da Un posto al sole, e con un amore tossico by design. Sarai miaaaa, sarai miaaaa. C'è la principessa sanguinaria peggio di Putin, il padre assente, il femminicidio, in un effetto “Giochi senza frontiere” unito al mood del kolossal anni Sessanta tipo Maciste contro la regina di Saba. Devo dire che il mio principale terrore, le tre ore dell'opera, alla fine scorrono molto meglio di un Avatar, per dire.

O soave Wonderwall

E poi c'è lui, il mancato cineasta. Da quando si è seduto scarrella con il suo cellulare, zooma i dettagli inaspettati come quei cameramen che alle partite di basket inquadrano quello che nell'intervallo fa il sudoku. E finalmente arriva il suo momento. La luna deve sorgere nella trama – all'alba vincerò, ecc. – ma la luna sorge veramente sopra l'Arena. E lui non si fa pregare, scarrella di nuovo tra la luna e il momento Wonderwall della serata, il Nessun dorma che tutti ma proprio tutti conoscono, un po' per Pavarotti ma soprattutto per gli infiniti spot che hanno saccheggiato senza diritti d'autore il refrain pucciniano. E lui, il cineasta, il geometra, la reduce dall'Askatasuna, io, la mia amica, ci commuoviamo. La gente, che ha obbedito all'ordine di non filmare (per "non rovinare l'atmosfera"), si ribella ed estrae i telefonini come a un concerto di Luca Carboni – Turandot lo sai, che Calaf ti ama ancora. Applausi a scena aperta.

Dilegua, o notte

È quasi mezzanotte e nessuno pare voglia andarsene, dopo aver investito tre ore e sei euro solo per non morire disidratati. Ma niente: Ping, Pong e Pang, Turandot, il padre assente, il re spodestato e l'ancella suicida si commiatano. Io e la mia amica sfolliamo verso le rudi uscite romano-veronesi. «Allora? Che te ne pare?» «Mi è piaciuto, ma devo imparare a essere come una truppa aviotrasportata a questi eventi: ci paracadutano e poi vediamo che fare».

Mia madre mi scrive il suo solito egoriferito messaggio, dopo aver visto la mia storia su WhatsApp: «Io ci sono stata tre volte». Ma come sarebbe, mamma, tu non sai nulla di musica e men che meno di opera. «E che c'entra. È un'esperienza bellissima.» Non ha davvero scritto esperienza, ma il senso è quello.

Be’, arrivando a leggere fino a qui ti candidi a ricevere i prossimi numeri (Si apre in una nuova finestra). Se preferisci, c’è anche la versione via WhatsApp (Si apre in una nuova finestra), Telegram (Si apre in una nuova finestra) e LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) (ma lì esce al mercoledì successivo, tipo un reminder).

Il quiz della settimana

Quanto è aumentato il fatturato globale di Nespresso come comunicato da Nestlè nel 2024 sul 2023, a parità di cambio CHF/EUR?

a) No, è diminuito dell’1,3% b) È aumentato dello 0,1% c) È aumentato del 2,2%

Risposta alla fine.

Il marketing insegnato dai negozianti (Si apre in una nuova finestra)

Scrivo cose, vedo gente

  1. Ho lanciato un instant-book, “Cose divertenti: Code, culti, community, consumi e altre ossessioni”. Qui qualche dettaglio (Si apre in una nuova finestra).

  2. Dove scrivo

  3. Dove sono

  4. Altri link da cliccare: li trovi sul mio Telegram (Si apre in una nuova finestra), dove mi sforzo anche di essere (almeno un po’) sociale.

Ci si trova venerdì prossimo. Ti ricordo che il mio ultimo libro (Si apre in una nuova finestra), Seguimi! Il marketing come culto, il culto come marketing, è un ottimo affare per il back to school (questo c’è anche alla libreria sotto casa (Si apre in una nuova finestra)).

Per qualsiasi cosa, futile o colta, per collaborazioni, speech o consulenza, scrivi a gluca@diegoli.com (Si apre in una nuova finestra) o rispondi a questa email.

E se ti è piaciuta, inoltrala senza remore, in ogni caso stupirai chi la riceve.

ciao,
gluca

Quiz: c) +2,2%. Dovuta soprattutto a Vertuo (un nuovo sistema di capsule) e dagli USA. In Europa perde terreno, dove i compatibili sono più diffusi. (fonte)

E grazie a Daniela Bollini (Si apre in una nuova finestra) per la revisione e a Future Week per la sponsorizzazione.

Su gluca

“Le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse” – David Foster Wallace

Ri-ciao, sono Gianluca (Si apre in una nuova finestra) e sono un bocconiano anomalo, un decostruttore di panacee e un dissipatore di dati personali.

Mi occupo da venticinque anni di marketing, in particolare di strategia, budget, campagne e crescita del team, in momenti di trasformazione. (Si apre in una nuova finestra)

Insegno in qualche università e un paio di master.

Ho scritto due saggi (ma di quelli divertenti), Seguimi! (Si apre in una nuova finestra) e Svuota il carrello (Si apre in una nuova finestra), per UTET. In passato ho scritto per Hoepli, Apogeo e Sole 24 Ore Business.

Ho scritto per Link, Domani, Rivista Studio, Tendenze, Quants, Il Post, Forbes, Wired, Sole 24 Ore e altri.

Il mio blog (Si apre in una nuova finestra) è attivo dal 2004. Puoi seguirmi anche su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) e pure su Instagram (Si apre in una nuova finestra) (ma non aspettarti niente di che).

Se non ti interessa più ricevere questa mail non ti biasimo, anche io mi stanco spesso di me stesso. Sotto c’è un link per andartene.

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