[È venerdì] Ma chi li guarda tutti questi video podcast?
Un'indagine nella moda dei videopodcast lunghi (e molto) e un'esplorazione nel creato degli YouTVers, per cui tutto è YouTube, e YouTube è tutto.
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Il quiz della settimana
Quale uovo tra questi era in testa alle vendite Amazon il giovedì di Pasqua?



Risposta in fondo.
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Non puoi vendere a un tedesco con un sito in inglese, o a una norvegese con un sito in svedese
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Il paradosso dei podcast lunghi
Io YouTube lo uso come un motore di ricerca. Tipo “come cambiare il filtro della macchina del caffè a grani De Longhi Magnifica EVO Pro 2B EU-numeri a caso”, guardo i primi trenta secondi a x2 del video, capisco che serve una combinazione di tre tasti come in un Nokia del 1998. Penso che la prossima volta me lo ricorderò senza, e invece il ciclo riprenderà.
Parlando con Emanuele (e anche con gli altri, il tavolo era equamente diviso, e insospettabilmente in modo trasversale alle generazioni) ho invece scoperto che per loro YouTube è una televisione: li definirò YouTVer, per comodità.
Gli YouTVer hanno un palinsesto, sanno che il tale canale X* pubblica il martedì alle otto di sera, che quell’altro Y* esce il venerdì con il video lungo sul design, che la domenica sera c’è la puntata settimanale di Z* che parla di geopolitica, tutti per non meno di un’ora e quaranta (*metterei i nomi precisi, ma appunto, li ho già dimenticati).
Gli YouTVer hanno ammaestrato il legnoso algoritmo di YouTube ai loro voleri (o viceversa), e questo va oltre reminder e notifiche: Emanuele e gli altri hanno la loro programmazione settimanale in testa. Non concepiscono i barbari che (film di orore!1) usano la barra di ricerca. Trovano un inutile snobismo la divisione tra podcast solo audio e podcast audio+video. Sono quelli che adesso che sappiamo che Giorgia è andata al podcast di Fedez ci guardano e pensano “buongiorno eh”.
Loro pensano di essere egemoni. Forse lo sono.
Io dopo cinque minuti di qualsiasi video su YouTube comincio a sentire una specie di prurito alla schiena e come una frenesia alle gambe – imploro sottovoce avanti, avanti, eddai su –, mi chiedo come sia possibile che qualcuno si guardi un video podcast di un’ora e mezza di sua spontanea volontà.
E molto più di qualcuno, perché di questi podcast fiume parlano tutti, e poi le vedo, le centinaia di migliaia di views (come minimo) e non posso nemmeno dare la colpa alla misurazione al millesimo di secondo di Reels e TikTok. Le views di YouTube sono lunghe almeno 30 secondi, che sono tantissimi di questi tempi.
Tesi: viviamo nel decennio dell’accelerazione – i reel, i TikTok, i riassunti AI dei riassunti AI, la gente che guarda le serie a velocità 1,5x perché altrimenti “ci mette troppo”, e Byung-Chul Han ecc. E quindi com’è che Tintoria fa milioni di visualizzazioni con puntate che durano più di un film, e Magalli che racconta la sua vita per due ore diventa l’evento dell’anno? E che bisogna essere brevi, che la soglia si è abbassata, vedi la cosa del pesce rosso, non vera ma che fa effetto nelle slide?
Insomma, non esistono più le mezze stagioni nel content?
Ho chiesto a un po’ di persone – amiche, lettrici e lettori della newsletter, gente target primario di questi podcast, cioè millennial urbani del terziario evoluto – di raccontarmi come fanno. I vocali che mi sono arrivati (discretamente lunghi, a proposito) dicono tutti più o meno la stessa cosa, anche se i podcast che seguono sono diversi.
Li ascoltano nel tragitto casa-lavoro, cucinando, durate le faccende, sul divano la sera – la soluzione forse era più facile del previsto: abbiamo un sacco di tempo “sprecato”, visto in una logica di ottimizzazione.
Quasi tutti scelgono le puntate in base all’ospite, sfogliano i titoli e decidono in base a chi c’è. Tranne una persona che mi ha detto una cosa interessante su un podcast di interviste – il conduttore è talmente bravo che lei lo ascolta sempre, qualsiasi ospite abbia invitato, “perché anche se ci andasse mia madre tirerebbe fuori qualcosa di interessante”.
E appunto, un inaspettato (relativamente, lo so che lui online è più on-fire del Diprè al suo apice) Magalli, che compare in tre risposte su sei. Una mi ha raccontato che il martedì esce dal lavoro e mette subito Tintoria nelle cuffie, perché sa che è appena uscito – un gesto rituale automatico (che invidio tantissimo, lato Tintoria dico).
Tutti preferirebbero ascoltarli per intero (ma chissà se poi è vero). Nella pratica, quasi tutti li spezzettano – venti minuti in macchina, mezz’ora cucinando, il resto il giorno dopo. Lo fanno con una leggera frustrazione, come chi deve interrompere un film a metà, ma non con così tanta frustrazione come per un film. Qualcosa si può perdere, come in “Un posto al sole”, e il DNA della storia non si spezza comunque.
“Il podcast lungo mi fa compagnia” mi dice un’amica. YouTube come animale domestico sonoro. Un’altra li usa per addormentarsi – soprattutto quando è all’estero e ha il fuso orario sballato. Podcast funzionale, come il cibo e il parafarmaco, con meno effetti collaterali e gratis. O al posto della radio in bagno mentre ci si trucca, o sotto l’ombrellone.
Il podcast lungo funziona per chi lo guarda, e soprattutto funziona per chi lo produce (posto che sia stato abbastanza bravo e fortunato da essere in quei cinque o sei posti nel telecomando della memoria dello YouTVer).
Vi ricordate “Italia sul due”? Quei programmi del pomeriggio che riempivano il palinsesto con gente che parlava, interviste, divani, qualcuno che raccontava qualcosa. Il contenuto era secondario – quello che contava era la sensazione che qualcuno stesse parlando nella stanza anche se eri da solo in via Ripamonti e non avevano ancora inventato internet.
Il podcast lungo (con intervista, di solito) è diventato la nostra “Italia sul due” (o come si chiama adesso). Funziona anche se ascolti solo e non lo guardi davvero – mia madre fa così da una vita. “Perché non la radio, mamma? Perché non c’è la famiglia nel bosco”. Quando c’è la famiglia nel bosco alza lo sguardo, poi basta.
La differenza è che adesso il pomeriggio televisivo può iniziare quando lo vogliamo: in effetti qualunque momento può doversi tramutare in un pomeriggio televisivo de facto, e come tale va riempito. Lontano dal tipo di attenzione che la lepre dei reel rincorre, il podcast lungo su YouTube è la tartaruga della fiaba, che vince mentre nessuno ci fa caso.
Per chi li produce, questo format è un contatore di secondi di streaming che frulla a costo zero: si spende poco (due persone, un microfono, un ospite che viene gratis in cambio di visibilità, perché magari deve promuovere qualcosa o anche solo restare nella memoria del pubblico che non guarda la TV). Con l’ospite famoso vincono tutti: e infatti tutti sono andati ospiti da tutti, e tra un po’ inizia il girone di ritorno, come nel calcio.
E poi c'è YouTube, che ha un sacco di secondi da riempire con l'economia dello sfondo, in cui incastrare i pigri spot da 15 e 30 secondi già prodotti per la TV vera (a cui un bravo digital marketing manager addosserà il costo di produzione). I brand li trovano estremamente convenienti rispetto ai veri spot di Netflix e dei canali lineari. Chissà perché costano meno, io ho un'idea.
Ho proposto a Emanuele di creare insieme una Guida YouTube(™). Lui ci mette la conoscenza, io Claude. Capisco che è un accordo un po' sbilanciato. L’idea è ricalcare quelle riviste, come appunto la Guida TV, con i programmi video della settimana, le foto dei conduttori degli host, le interviste per capire chi sono, quanti anni hanno, la vita privata di – chessò – Malcom Pagani.
Solo che la nostra sarebbe al contrario – i programmi video da guardare sono quelli già usciti, non quelli che usciranno. E le interviste servirebbero a spiegarci a vicenda chi sono questi youtuber che ognuno di noi è convinto che tutti conoscano, e che in realtà sono sconosciuti fuori dalla loro bolla (a parte Tintoria, One More Time, Basement, Supernova-Cattelan, ecc., quelli sono i Rai 1, Canale 5, Italia 1 e Rete 4 della situazione).
La farei di carta, quasi quasi. Per stare appoggiata sul divano, sempre pronta con i suoi QR code.
I negozianti che insegnano il marketing
Ma sarà legale? Spotted by Gianluca in Oleggio Castello, Arona.


Faccio cose, vedo gente
La settimana scorsa ho scritto del culto della pedalata (connessa, ma anche quella in esterno…). La settimana prima ho scritto che Substack è di nuovo uno di quei social media da cui stavamo scappando.
La routine quotidiana tra efficienza, algoritmi e una vita sempre più misurabile: dieci episodi di “Una giornata ipermoderna. Ritratti di un’esistenza ottimizzata”, una serie di brevi saggi-racconti-distopie-illustrate scritte da me per il magazine online Link. È anche su Substack su Link. Idee per la tv.
Il B2B è quel settore in cui il futuro arriva sempre per gli altri: perché nei dibattiti italiani si parla di AI quando ancora è trainato dai camioncini della tentata vendita. Scritto per
Ci si trova puntuali venerdì prossimo. Vi ricordo che il mio libro giallo sui culti del consumo è un ottimo regalo, visto poi che oggi è la giornata mondiale dell’omeopatia.
Per qualsiasi cosa, futile o no, scrivete a gluca@diegoli.com.
Se vi è piaciuta, rispondete, inoltrate, anche niente, fate voi.
ciao,
gluca
E grazie come sempre a Daniela Bollini per la paziente revisione del testo, a Cristina Portolano per i separatori, e a Weglot per la sponsorizzazione di questo episodio.
Quiz: a) Harry Potter [fonte]
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