[è venerdì] La dittatura del presente

Non ci fa bene l'entusiasmo immotivato: ecco cosa faccio io

Chiedo a mio figlio cosa ne pensa di Clubhouse. Non sa cos’è. Gli spiego un po’ e alla fine dice che “ah, è come Discord”. Come quando disse che le dirette di Instagram erano come Twitch, ma per anziani.

Ci sono più internet in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia. Continuo a credere, forse per wishful thinking, che la resilienza di internet verso la centralizzazione di stampo duopolio televisivo anni 80 sia ancora in vita, da qualche parte. Vado a rileggermi World of Ends, ogni tanto. Avremo bisogno di regolare i monopoli, soprattutto sulla rapacità finanziaria che serve a uccidere possibili competitor nella culla, ma abbiamo ancora più bisogno di gente digital savvy che vada a cercare quali piattaforme davvero si adattano al loro benessere digitale, e a valorizzare la internet delle estremità (non degli estremismi, anche se a volte coincidono). Ed evitare di (fargli) pensare che tutto sia solo Google e Facebook. Un grazie a chi continua a giocare a Pokemon Go, che non sono per niente pochi.

Benvenutə a questa edizione numero 100 della lettera del venerdì.

OT: a me la nuova icona di Amazon piace molto. Al 99% delle persone no. Ricordate la teoria della macchinetta del caffè? Quella nuova è sempre più complicata di quella vecchia. Ma anche quella vecchia è stata nuova anni fa, ecc. ecc.


La dittatura del presente

Tutto ci spinge alla dittatura del presente, contrappassivamente proprio subito dopo la mia newsletter sull’importanza del come è andata a finire. E io che cerco di smontare il presente in realtà fa parte anche questo della dittatura del presente, ironia della sorte, non se ne esce, e io nemmeno.

“Clubhouse, che ne pensi gluca?” “Ne riparliamo tra tre mesi” (o tre anni). Ci sono due dinamiche contrapposte nel digitale: la prima, soprattutto nel personal branding, è che chi primo arriva meglio alloggia. La scommessa dei pionieri, trovare l’oro prima che arrivino gli altri. Raramente paga, qualche volta sì. Forse aver iniziato una newsletter before it was cool mi ha portato dei vantaggi, non so. Ma poi penso che le vere Twitter/Instagram-star di oggi manco sapevano dell’esistenza di twitter nel 2006 o di Instagram nel 2008. Il mio numerino basso di iscrizione a IG non mi ha nemmeno fatto svalicare la soglia swipe (non che).

Poi pensate che mi sia dimenticato di chi incitava a usare Google Plus solo perché era nuovo, strafigo e di Google, ma non è così. Il bias da sindrome di Stoccolma dei Google fanboys è anche inconsapevolmente altissimo, sempre (vi voglio bene lo stesso ma vi posso ricattare, dicendo che invece io l’avevo detto, con il senno di poi).

La mia filosofia è:

  • provare tutto. Sì, TUTTO.

  • non credere ai giornali che copiano giornali USA: attendere che si depositi la neve nella boule-de-neige.

  • guardare quante persone normali ci sono sulla piattaforma. Per normali intendo che non lavorino nel settore, amici ingegneri, cugini elettricisti, sorelle bancarie.

  • di cosa si parla nella piattaforma? Ovvero la “teoria google plus”: se nella piattaforma si parla prevalentemente della piattaforma, non è un buon segno.

“E Robinhood/Gamestop? Come la vedi, gluca?” Uguale. L’Italia è immediatamente diventata un paese di esperti in brokering. Aspettiamo che cali la polvere, e vedremo le rovine.

Non sono sicuro che fare trading sia un diritto dell’umanità, e che in cambio della testa di un hedge fund possiamo ammettere che molte persone perderanno soldi del loro reddito di cittadinanza (non si chiama così, ma il concetto è quello).

Ma del resto abbiamo ammesso il poker online, e prima i casinò, e quindi qual è la differenza? Siamo all’inizio di una nuova era della disintermediazione (dai vecchi intermediari, che ti fottevano silenziosamente, con opacità, conflitti di interesse e termini contrattuali) e reintermediazione (con nuovi intermediari, che usano tattiche psicologiche per fotterti i tuoi soldi usando le tue dopamine e la tua irrazionalità, esattamente come il casinò)

Ricordate questo grafico:

e leggete questo pezzo

Scuola di packaging

Il quiz della settimana

Lo so, se mi segui su Instagram hai già avuto la risposta. Visto che grandi vantaggi? Non perderteli, tu che non sei iscrittə!

Scuola di strategia

Three Axioms and Three Questions That Summarise All of Brand Strategy marketingweek.com

But it is now readily apparent that you want to build brand and generate top-of-funnel impact on everyone in the category, irrespective of which market segment they might belong to. If they own a dog and you own a dog food brand and have the resources, they should be a target.

Letture

Why introverted leaders may have an advantage with remote work

La bizzarra alleanza tra Tiktokers e Amazon

That’s all folks!

Mi sono sempre piaciuti i draghi. Statemi bene, non potrà andare peggio di così.

gluca

Risposta: sciroppo per la tosse.


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Se sei nuovə qui, sono Gianluca Diegoli e mi occupo di  consulenza  su strategia di marketing e di vendita digitale, (e)commerce e D2C. 

Questa newsletter è la sorella gemella del  blog  che tengo dal 2004. Un altro spin-off è il  blog sul marketing insegnato (d)ai negozianti

Ho scritto qualche  libro , ma l’ultimo (« Svuota il Carrello ») è quello che mi rappresenta di più. Insegno in IULM e in Master ma ho anche creato un mio  corso online di marketing .

Ho co-fondato  Digital Update  e con altre due tipe più smart di me ho avuto l’idea del primo  FreelanceCamp .

Ho creato  canvas  e un  manifesto  per la trasformazione del marketing. 

Da marzo tengo un  canale Telegram  con link a dati economici, settoriali e di vendita pre, durante e post lockdown-covid.

Bocconiano anomalo, proud generation X member, smontatore di panacee. La noia è una risorsa.