[È venerdì] Jetsons, Meta, secondo strike

Dove non si parla di metaverso ma della maledizione dei creatori

Avevo deciso di parlarvi del Metaverso. Poi ho pensato: eccheppalle, ne avranno già letto da mille parti. Eppure ieri ho letto alcuni interventi che sono un po’ sopra la media per chiarezza e approfondimento, e da lì è partito lo stream of consciousness che è quello che fa scrivere questa newsletter. Il primo è ovviamente il solito Stratechery di Ben Thompson, che dice:

Here is the punchline: the Metaverse already exists, it just happens to be called the Internet. Consider the seven qualities Matthew Ball used to define the Metaverse; the Internet satisfies all of them:

  • The Internet is persistent

  • The Internet is synchronous and live

  • The Internet has no cap to concurrent users, while also providing each user with an individual sense of “presence”

  • The Internet has a fully functioning economy

  • The Internet is an experience that spans both the digital and physical worlds, private and public networks/experiences, and open and closed platforms

  • The Internet offers unprecedented (although not perfect) interoperability of data, digital items/assets, content, etc.

  • The Internet is populated by “content” and “experiences” created and operated by an incredibly wide range of contributors.

Poi fondamentalmente, dice che se e quando questo Metaverso Unificato eventualmente esisterà, partirà dall’ufficio (cosa su cui non sono così sicuro, ma le sue argomentazioni sono valide) e sarà Microsoft a esserne la prima beneficiaria (Teams!).

Quindi, fondamentalmente il metaverso esiste già, anche se non necessariamente accelerato da visori e avatar. Anzi, un aggregato di metaversi loosely coupled, in cui ogni persona partecipa a diversi ambienti.

In più, io ho un’arma magica a disposizione: un adolescente. Quello che io chiamo, spesso anche in azienda, the intelligent naive. È la persona che non sa niente di un argomento dal punto di vista del blah blah di settore, di PR, ecc. ma guarda un prodotto, un servizio, un processo e dice che il re è nudo, solitamente. (È un personaggio prezioso, trovatene sempre uno prima di fare qualsiasi cosa). E il mio intelligent naive mi ha risposto, sollecitato sul metaverso, qualcosa tipo “ma di cosa state parlando?”, mentre si difendeva da una serie di soldati tedeschi che l’avevano circondato, nel 1942. Poco prima era stato su Minecraft. Poi su Twitch. Poi è uscito con gli amici (e alcool, credo).

Come al solito, cerchiamo di guardare al futuro, di prevederlo, ma cadiamo inesorabilmente nella trappola dei Jetsons. Il futuro visto dal presente, cioè dal passato, in pratica è quasi sempre sbagliato. David Foster Wallace aveva previsto il senso dell’intrattenimento in Infinite Jest, ma gli anni sponsorizzati non si sono verificati. I romanzi di fantascienza alla Ready Player One sono affascinanti perché solleticano le nostre distopie immaginarie, ma non sono mai dei buoni predittori di futuro. (Metto il film per chiarezza, ma il romanzo è molto meglio ecc.)

Nel 2045, anno in cui il mondo sta per collassare sull’orlo del caos, le persone hanno trovato la salvezza nell’OASIS, un enorme universo di realtà virtuale creato dal brillante ed eccentrico James Halliday.

Perché l’intelligent naive ha ragione, secondo me, a ignorare IL metaverso? Perché i metaversi esistenti (che esistono perché c’è un motivo per farli esistere) sono stati creati e popolati proprio per sfuggire a (o moltiplicare) chi siamo, non per ricrearci totalmente in modo più complicato ed elettricamente alimentato. La realtà è al contrario un’interfaccia potente, efficiente ed efficace in molte situazioni che muovono i nostri comportamenti:

  • affetto, amore, sesso, contatto

  • cibo, tatto, profumi

  • potere, gloria, hubris, le tartine (cit)

in cui credo l’umanità di carne avrà ancora da dire parecchio. E la realtà fisica dovrà attrezzarsi a sua volta per essere attrattiva e rispondere alla domanda ribaltata dal lockdown: dal perché online al perché in presenza?”.

Il problema di Meta è appunto che mentre le persone adorano trasfigurarsi in Minecraft e costruire staccionate per le pecore, non adorerebbero (credo) entrare in un Facebook tridimensionale in cui ti trovi davanti tua zia (ciao zia si scherza) o in ogni caso anche “ok, Mark, mi va abbastanza bene così, ok parlarci ma a distanza di schermo”.

La vicenda più interessante di tutta questa faccenda secondo me però è un’altra: la chiamo la maledizione della creazione geniale. Nella mia vita professionale ho incontrato varie persone che grazie a intuizione e perseveranza avevano creato da zero settori e prodotti. L’internet a 14 kbps gratis, per esempio. Ma non solo, anche tra scatolette e surgelati. La loro maledizione è che si sono dannati tutta la vita a cercarne un secondo strike, senza mai trovarlo, senza mai riuscirci.

Quello che non riescono a vedere si chiama fortuna (o sottovalutazione del fattore c.). O posto giusto al momento giusto, o casualità, chiamatela come volete. Mark è uno di questi, vuole una seconda intuizione geniale che lo consegni alla Storia. Ma tutto è contro di lui/loro, la statistica, il suo passato, la sua conglomerata sia pure ribattezzata.

Scrive un altro dei miei preferiti narratori di marketing, Mark Ritson.

Zuckerberg will be well aware that seeing the future and being part of it as it unfolds are two very different things. The strategic odds are certainly against him. The history of disruption tells us that most companies that dominate the current chapter are usually killed off early in the subsequent section of the book. Kodak famously missed out on digital imaging. IBM completely missed out on the PC revolution. And, in an infamous moment of immolation, Nokia completely failed to benefit from mobile internet despite its early domination of smartphones.

[…]

I worked for Ericsson at the arse end of the 20th century and I remember all these glossy future videos from Nokia and Sony Ericsson that had people on boats using smartphones to talk to friends in other countries at the touch of a button. We ooh-ed and ahh-ed at these visions but, to their credit, these expensive movies actually predicted the future with remarkable accuracy. Today, the only thing missing is Sony Ericsson or Nokia. The future, like history, often repeats itself.

[qui]

O, forse io non ho capito nulla, e avrà ragione questo tizio sotto e i due che l’hanno retwittato, chissà, che scrive inconsapevolmente peraltro dal metaverso Twitter:

Weekly quiz

Di quanto è variato l’ingresso di persone nei negozi fisici in Italia rispetto allo stesso periodo del 2019?

a) +2,3 % b) -13,4% c) -34,6%

Negozianti

È interessante l’uso dello stratagemma studiato in economia comportamentale: se giustifichiamo il nostro comportamento, lo stesso comportamento è più benvoluto dagli altri. Anche se il negozio è comunque chiuso in entrambi i casi.

A post shared by Andrea Casturà (@andreacastura)

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c) -34,6%