❌ [venerdì CENSURA!1] Sullo zio matto e altre cose

Sul potere delle piattaforme, e su cosa dobbiamo salvare assolutamente

Ho deciso per il futuro di fare una newsletter un po' diversa, perché a ripetermi mi annoio. Quindi questa settimana parlo di censura e internet, soliti link e citazioni interessanti e qualche divertissement. Inoltre ho voluto provare Substack, quindi l’interfaccia è un po’ diversa e potrebbero esserci bug e messaggi in inglese da qualche parte. Grazie dei messaggi per il numero scorso: una cosa divertente che non farò mai più.


Su Twitter, Facebook e la censura non ho un'opinione forte — la mia speranza è che non dovrebbe averla nessuno, ma si sa, i social e la TV preferiscono le opinioni estreme, che fanno più engagement e infatti fioccano. La questione "può una piattaforma bloccare un utente?" è talmente complessa da richiedere un libro.

Ma non è nuova. Si poneva già venti anni fa con i forum, ma addirittura all'inizio in Italia alcuni giudici consideravano responsabili i provider dei contenuti dei singoli siti ospitati – ma allora, perché non considerare responsabili i fornitori della connessione internet, e perché non i fornitori di telefonia rispetto al contenuto delle conversazioni che ospitano (questa metafora si può applicare a TIM come a Whatsapp)? Su questa libertà di non intervenire sull'infrastruttura da parte dei fornitori è fondata internet.

Ho per questo sussultato quando Shopify, Constant Contact e Amazon hanno tolto i servizi allo shop di Trump, alla sua possibilità di mandare email, e infine di ospitare un social network come Parler. L'infrastruttura dovrebbe essere garantita a tutti salvo intervento della giustizia. Questa è la vera neutralità della rete, che per me è un pilastro fondamentale.

C'è da dire anche che nessuno vieta di prendersi un server e collegarlo a internet dentro a una gabbia metallica in un data center (sempre che il fornitore di connettività non intervenga a sua volta) e farci uno store, un social network, un server email o quello che ci pare. Questa è la forza di internet che va preservata a tutti i costi. (Se avete voglia c'è una storia avvincente e bellissima qui su dark web e hosting di cose proibite-forse-sì-forse-no-da-quale-stato ospitato in un bunker antiatomico militare dismesso in Germania, che è la metafora del discorso regolamentazione vs libertà portata all'estremo).

Su Twitter e Facebook siamo invece in casa privata (o nell'ambito del diritto privato), e accettiamo le regole della casa (anche se non le leggiamo mai prima). Accettiamo l'algoritmo e come la piattaforma decide di darci o no visibilità. Accettiamo le interazioni che la piattaforma si degna di offrirci. Se le regole della casa dicono di togliersi le scarpe, e non possiamo invocare il diritto a tenerle. Il problema è che il luogo privato si è mangiato internet (o meglio, gli utenti hanno deciso che gli piaceva di più internet fatta così) e il suo centro di discussione mainstream, quello con la facilità di connessione portata ai massimi livelli. Anche se – vi ricordo – c'è tantissimo là fuori di diverso. Basta cercarlo. C'è Tumblr, ci sono le newsletter, ci sono i blog, c'è perfino ancora Flickr. Ci sono perfino ancora gli RSS. C'è vita fuori dai giardini incantati.

Il problema in questo caso, mi pare, è che il padrone di casa ha cambiato idea, anche salendo sul carro del vincitore, che male non fa mai. Quello che è stato consentito allo zio matto di fare in casa ora non si può più concedere. Perché? Perché sì. Perché ha perso.

Francamente ho paura in modo equivalente sia di un mondo in cui i social network sfuggono alle regole democratiche (dove ci sono, e non è la maggioranza dei paesi, è opportuno ricordarlo) della legge sulla censura, sia di un mondo in cui siano di nuovo gli stati, gli editori e la TV a decidere chi possa parlare e chi no. Per questo non ho una monolitica opinione, come vi dicevo.


Cose interessanti in giro

Dario Rossi (che – disclaimer – è anche l'editor del mio libro) ha scritto un bellissimo pezzo su SanPa, ma soprattutto come lo storytelling abbia divorato i documentari, e quindi non sappiamo più bene cosa stiamo guardando.

Ci sono state discussioni sullo spot TIM e sui milioni di views su Youtube. Saranno organiche? Secondo me no, e questo articolo ci spiega un po' come capirlo — al di là di guardare i numeri del budget di TIM.

I russi avanzano. Ma stavolta con dei discount. Il brand si chiama Светофор (tradotto in italiano come semaforo).

La transumanza digitale spiegata bene

Come su Substack, anche su OnlyFans vale la regola che definisco transumanza digitale: i creator di maggior successo sono quelli che hanno già un proprio seguito su un'altra piattaforma, e che sono in grado di trasportare il proprio gregge da un pascolo all'altro.

(da Ellissi di Valerio Bassan)

Un meraviglioso pezzo del Guardian sulla storia di Nespresso (vale come Scuola di Strategia).

“People prefer the taste of things when they think they have made a choice about it” The Nespresso system made every customer feel like a connoisseur: you had to make a choice every time you put a capsule in the machine, even if it was just between black or purple.

Un altro monumentale articolo su Farmville e di come tutto è iniziato da lì, del NY Times.

The game encouraged people to draw in friends as resources to both themselves and the service they were using, Mr. Bogost said. It gamified attention and encouraged interaction loops in a way that is now being imitated by everything from Instagram to QAnon, he said.


Quiz

Quanto pesa in Italia il fatturato del panettone artigianale?

a) 21% b) 37% c) 52%


UX School


That’s all folks!

Ricordate, là fuori dalle piattaforme c'è vita. Ma non dimenticate cosa sta succedendo al confine.

ciao, gluca

Quiz: c) 52%


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Ho scritto qualche libro, ma l’ultimo («Svuota il Carrello») è quello che mi rappresenta di più. Insegno in IULM e in Master. Ho creato un mio corso online di marketing. Sul mio sito trovi canvas e un manifesto per la trasformazione del marketing. 

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