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🌞 [summer Fridays #7] Discoteca

Le discoteche: "ma esistono ancora?" Chi scrive non è mai stato un appassionato di discoteche – come
Il venerdì di [mini]marketing
🌞 [summer Fridays #7] Discoteca
di Gianluca Diegoli • Newsletter #75 • Visualizza online
Le discoteche: “ma esistono ancora?” Chi scrive non è mai stato un appassionato di discoteche – come si può facilmente intuire. Certo, nella fase degli anni 18-22 (anni ancora totalmente analogici), in vacanza in Spagna o a Rimini o in qualche venerdì o sabato sera, ci è stato, sopportando il sonno che ti prende verso le 11.30, e in cui con un colpo di reni mentale ti muovi per andare solo perché è troppo ignominioso desistere davanti ai tuoi compagni di serata (che a loro volta pensano lo stesso, con la stessa decisione finale).
Negli anni 80-90 la discoteca era un bundle necessario: teneva assieme quell3 che andavano per rimorchiare, quell3 che andavano per ascoltare la musica, quell3 che andavano per ballare, quell3 che non sapevano che diavolo fare ma per stare in compagnia eccetera.
La discoteca era inefficiente, ma non c'erano molte alternative. Chi (userò il maschile per pigrizia, ma vale per tutt3) andava per ballare era importunato da chi voleva abbordare, il quale ovviamente non era soddisfatto dall'errore di target che faceva perdere tempo prezioso, chi andava per la musica era scontento perché il dj doveva comunque accontentare le masse (e rimpinguare il numero di ballanti in pista con pezzoni commerciali), e poi c'erano quelli che non sapevano che fare e si aggregavano così per trascinamento e si annoiavano comunque, ma pagando una somma considerevole per quello che ottenevano: starsene a sedere in un divanetto dopo aver finito un solitamente di scarsa qualità drink assemblato alla bell'e meglio. Il caos sonoro svantaggiava in modo più che proporzionale chi era dotato di un livello di interlocuzione normale, a vantaggio degli avvenenti, che invece erano rintracciabili anche attraverso i pulsanti decibel. La mancanza di informazioni di base sugli altri presenti alla serata favoriva, come in ogni mercato di questo tipo, l'outbound marketing (detto anche spam): quindi più ci provavi in serie, ad attaccare bottone, più avevi possibilità di concludere positivamente. La discoteca era un po’ come Facebook per i brand, o Amazon per gli ecommerce: c'è tanta gente, posso permettermi di non esserci anche io? Peccato che la discoteca sia una piattaforma, e come in ogni piattaforma, o meglio come ogni mercato a due lati, sia estremamente complesso, a dispetto delle promesse di accesso facile, ottenere una effettiva visibilità e tantomeno transazioni. O meglio, è molto extremistan, per dirla con Taleb: sono pochi quelli che ottengono la maggior parte delle transazioni e tanti quelli che passano inosservati. La teoria della coda lunga era ancora lontana, su quei divanetti annoiati.
Certo, questa è la mia visione, qualcun altro avrà altri ricordi. Ma in ogni caso, ragionavo come a rigor di logica la discoteca non dovrebbe più esistere. La musica si può ascoltare in posti migliori o su Spotify, i balli (di gruppo o meno) hanno loro luoghi o corsi dedicati, Tinder è molto più efficiente nel combinare non solo testa ma anche coda lunga degli incontri romantici, non hai bisogno di andare in un posto di sconosciuti quando hai tutte le chat del mondo per raffinare preventivamente le ricerche e autoaggregarti, e soprattutto oggi non hai bisogno/possibilità di annoiarti da qualche parte in particolare, hai il cellulare, o Netflix.
Eppure, in questi giorni, pare che l'economia nazionale giri attorno alle discoteche. Che invece stavano morendo da ben prima del Covid. La parabola delle discoteche è infatti un simbolo della distruzione della trasformazione digitale e della sua conseguenza, l'unbundling. È solo questione di tempo, covid o no.

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Gianluca Diegoli

Lettera settimanale su marketing, digitale, strategia, retail, e-commerce.

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Curato con passione da Gianluca Diegoli con Revue.
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