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🌞 [summer Fridays #3] Appunti da Atene

Siamo io e qualche sparuto francese, tedesco e spagnolo ad Atene, e sono probabilmente l'unico a scri
Il venerdì di [mini]marketing
🌞 [summer Fridays #3] Appunti da Atene
di Gianluca Diegoli • Newsletter #71 • Visualizza online
Siamo io e qualche sparuto francese, tedesco e spagnolo ad Atene, e sono probabilmente l'unico a scrivere una newsletter nonostante ci siano 35 gradi e la piscina mi aspetti.

Quindi ad Atene?
I negozianti e i ristoratori non saranno d'accordo, ma la città è più vivibile, non ci sono code – ho appena comprato un biglietto per la classica nel teatro di Erode Attico – non servono prenotazioni da nessuna parte.
L'acquisto del biglietto, nonostante i miei sforzi di distanziamento sociale attraverso la vendita online, si è alla fine svolto fisicamente. La lotta con il sito era troppo faticosa anche per me: teatro, biglietti e online sono ovunque una miscela esplosiva di anti-UX. Con una buona mezz'ora di ritardo – potrei fare dell'ironia sulla con-calma greca ma sarebbe scontata e ingiusta, soprattutto arrivando da un italiano – l'addetto è arrivato. Mi ha chiesto il numero di cellulare, sai mai che. Ma per il resto Atene è scialla, movidosa ma con giudizio, niente mascherine, camerieri che preferiscono usare come paravirus quella specie di barriera di plexiglass da dentista (forse si respira meglio che con la mascherina?), e solo nei mezzi pubblici e nei taxi è davvero usata da tutti.
Nel frattempo, la mancanza di domanda fa rimanere invendute le chincaglierie turistiche prodotte in Cina, come i busti, le calamite, i partenoni in plastica finto metallo laccato, le veneri, i giovi di gesso, i marti in similbronzo, le colonne doriche da comò o portacandele. Guardo e mi intenerisco, sono lì in paziente attesa, un po’ impolverati, nelle infuocate vetrine che riprenda l'arrivo del turista vero – io, i francesi e gli spagnoli che hanno scelto Atene siamo evidentemente snob: i negozi sono perlopiù vuoti. Tanto quella testa di Giove ha il tempo dalla sua parte, sarà ancora buona per il 2021 e per sempre, credo.
Le statuette di marmo, le finte monete, i templi in scala 1:32000 sono un costante ricordo al marketer che lui non è il target. La dea Atena di gesso è un costante reminder del “alla gente piace quello che gli piace”, o meglio “la gente è molto meno raffinata di ciò che credi”.
Anche se non arrivo a comprare tali orrori, per il resto sono un turista e voglio fare il turista. Non mi interessa scoprire come si fanno i ravioli (putacaso) nel corso di una experience di un pomeriggio con una cuoca greca. C'è un po’ di esagerazione in questa ondata di esperienze “live like a local”. Se non stai attento ti ritrovi a pagare per raccogliere le olive. No grazie, sono in vacanza.
Che poi, in vacanza. A me piacerebbe fare delle mezze vacanze, un part-time orizzontale. Dalle 8 alle 13 si lavora (da posti come Atene, per esempio), dalle 13 in poi si villeggia. Anni fa ero più del tipo detox: via due o tre settimane, social spenti, niente roaming che costava pure. Poi ho capito che il detox è un'illusione pericolosa (infatti ora viene usato dal marketing di certi luoghi), ti fa credere che la tua vita connessa normale sia un male, e non lo è. Come stare a dieta ferrea per due settimane e poi abbuffarsi per 50. Bisogna trovare un equilibrio 365 giorni, e finirla lì, vacanza o no.
Capitolo buttadentro dei ristoranti. Non so se abbia un nome preciso nei manuali del bravo ristoratore, ma è l'abitudine levantina di pressare-mostrare il menu-salutare in ogni lingua del mondo per farti fermare a mangiare lì. Da tempo ho smesso di detestarla con tutte le mie forze, preferendo un più maturo, sorridente e contemplativo distacco. Il modello di business del buttadentro è interessante: è un modello evidentemente basato sulla quantità, sui grandi numeri, e sulla esternalità negativa della scocciatura collettiva (che non viene saldata dai ristoratori). Tu, turista indifeso, devi vincere sempre (scampare alla tentazione di dare confidenza, che poi per un noto meccanismo psicologico si trasforma nell'impossibilità di rifiutare), all'oste basta vincere ogni tanto. Mi chiedo se l'abitudine dei ristoratori sia più basata sulla tradizione locale lato offerta, o sulla forma di domanda (lato turista). Perché ad Atene sì e a Bologna no? È il turista diverso o il ristoratore diverso? O entrambi? È chiaro che se viene messo in atto, il meccanismo di forzare la scelta deve avere buoni risultati. Ma se li ha, perché non farlo in tutto il mondo? O almeno in quel mondo dove c'è un minimo di una decina di passanti al minuto?
Sono lì che penso a questo dilemma – ovviamente ho ceduto al terzo ristoratore appiccicoso, ma come test volontario e/o perché c'è la vista sull'Acropoli (da turista!) – e sto per finire di cenare, e al momento di pagare noto che nel menu* c'è scritto qualcosa del tipo “se non vi fa lo scontrino, non siete obbligati a pagare”. Bel tentativo, ma non funzionerà, stato greco in cerca di soldi delle tasse. Perché per evadere le tasse venditori e clienti sono quasi sempre complici. *Qui niente QR code, un menu plastificato e via che si va.
Molto più intelligente è la strategia per la mancia prevista nel Pos: vuoi lasciarla? chiede la macchinetta. Sì, verde. No, rosso. Se premi Sì (e vuoi non premere sì?) le mance proposte sono tre, e naturalmente è ampiamente previsto che quella più bassa sia la più usata, e quindi viene fissata a un discreto livello minimo, perché quel tasto “other sum” non lo pigerà nessuno. E ti sembrerà, rispetto al livello alto della mancia, di avere quasi risparmiato. Ah, il potere del default e dell'ancoraggio*.
* Ti ricordo che c'è un libro che ne parla.
Gattini di Atene.
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Gianluca Diegoli

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Curato con passione da Gianluca Diegoli con Revue.
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