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🎄[allora ci sentiamo dopo venerdì] Ghost Towns | Influencer | Carni alla griglia

Sto leggendo un bellissimo saggio, Dio Salvi il Texas di Lawrence Wright (tra l'altro era in Cattolic
Il venerdì di [mini]marketing
🎄[allora ci sentiamo dopo venerdì] Ghost Towns | Influencer | Carni alla griglia
di Gianluca Diegoli • Newsletter #41 • Visualizza online
Sto leggendo un bellissimo saggio, Dio Salvi il Texas di Lawrence Wright (tra l'altro era in Cattolica pochi giorni fa, maledizione!). Mi ha colpito molto la suddivisione che fa tra Texas AM e Texas FM (dove AM sta per onde medie, le uniche in grado di percorrere centinaia di chilometri e di arrivare agli sterminati territori, al contrario delle fighette FM, super digitali ma a raggio cortissimo, iper-cittadino): il primo è rurale, anti diritti civili, pro armi, anti immigrazione. Il secondo è liberal, che poi è uguale ovunque nel mondo, cioè quello delle città, del green, del purpose, quello che discute del monopattino-elettrico-sì-o-monopattino-elettrico-no, delle ristrutturazioni artistiche fashion delle fabbriche di un tempo, della gentrificazione, del “problema” di Deliveroo e compagnia.
Anche in Emilia è lo stesso. Forse l'Emilia non è l'Illinois, come scherzosamente – ma neanche tanto – testimonio da anni su Instagram, ma un Texas, o qualsiasi altro stato diviso tra città e provincia. È la divisione in cui mi trovo a vivere: lavoro a Milano, a Bologna, di solito in città. Vivo (poco) in una media-cittadina di provincia emiliana, che sta scivolando verso la periferia morale, ma dove la ricchezza cuscinetto del passato rende meno drammatica la vicenda, tra gente che ha fatto i soldi con le televendite, con la fabbrichetta meccanica o più di frequente con l'onnipresente mattone, rinvigorito pure dalla ricostruzione post sisma 2012.
Ma domenica scorsa sono passato a salutare i miei genitori che vivono ancora in un paesino dell'alto ferrarese. Sono andato al bar, ho fatto due passi nei posti in cui avevo vissuto da bambino. È palese: la provincia-provincia sta morendo. Chiudono i bar, le pizzerie si rarefanno, chiudono i negozi dopo che i titolari hanno raggiunto affannosamente la pensione, le piccole aziende se ne vanno, chiuse o attratte dai luoghi vicini a quelle autostrade che noi liberal tanto detestiamo “perché producono il problema per cui sono state inventate, cioè il traffico”. E in effetti non c'è traffico nel paese. Potresti attraversare la ex-statale declassata a provinciale a occhi chiusi e rimanere al 99,99% illeso. È più rischioso non attraversare la strada che attraversarla. Il terremoto del 2012 qui ha dato il colpo di grazia morale più che materiale. Le casette col giardino e il cane sono quelle di sempre, ma i migliori ragazzi studiano a Bologna o Modena, e non tornano più. Le aziende offrono posti da digital operaio addetto a macchine meccaniche automatiche (“non c'è da sporcarsi”, dicono alzando le braccia i proprietari) e non trovano addetti. Ma chi vorrebbe chiudersi in un capannone in mezzo al nulla o in un ufficio ancora uguale dagli anni sessanta (cartellino inflessibile alle 8 in punto, ufficio acquario in vetro per favorire il controllo padronale, 40 km di auto e tutto il resto).
Chi vuole rimanere a vivere in un posto dove non c'è un cinema, un pub, uno straccio di vita serale, quando gli influencer lavorano da Los Angeles, gli “imprenditori digitali” da Barcellona con la piscina? Nell'epoca della connessione in cui puoi vedere facilmente le mille luci di Bologna, Milano, Londra o Parigi, chi vuole rimanere lì a estinguersi poco alla volta?
All'alba di internet pensavo (non ero il solo) che la connessione avrebbe portato a una rinascita dei luoghi inaccessibili (tanto lavorare da San Babila o da Roncofreddo è uguale, no?). No, non è uguale per niente. Da Roncofreddo al massimo fai il lavoratore a distanza, se ti accontenti.
Non mi meraviglia che questi luoghi in cui il PCI aveva il 75% fino a 30 anni fa ora siano preda facile del leghismo conservatore. Quando sei tagliato fuori dalla globalizzazione, dal progresso tecnologico (non dal digital divide, che sarebbe forse meglio ci fosse ancora, per non rendere palesi le differenze), ti rifugi in chiunque trovi una colpa a quello che sta succedendo. Qui la verità è costituita dalla D'Urso e l'Italia Sul Due, con casi umani e delitti che in realtà avvengono statisticamente come un'eclisse di luna, ma esasperati al punto da riempire le giornate vuote della provincia. Delle sardine, con tutto il rispetto, te ne freghi: l'unica cosa a cui pensi dal bar è che tra un po’ tu sarai anziano e non ci sarà nemmeno l'ospedale vicino. Assieme al resto, verrà risucchiato dalla città stato via Emilia (cit.), la scintillante, moderna, progressista, frecciarossizzata, autostradizzata Emilia FM, circondata nelle campagne da gente che sta peggio di trenta anni fa, guarda le stesse trasmissioni, e non ha ancora capito cosa sia successo.

— Chatbot e umani —
Leggevo una ricerca per cui gli umani preferiscono gli umani.
Leggevo una ricerca per cui gli umani preferiscono che rispondano gli umani nelle richieste di assistenza, mentre i bot sono apprezzati solo quando sono più veloci. Mi stupisco che qualcuno si sia stupito. Perché degli umani dovrebbero preferire un bot? Gli umani non sono soddisfatti delle esperienze che oggi hanno con i bot, ma al di là di questo, probabilmente la preferenza andrebbe comunque all'umano risponditore. Come non lo sono mai stati delle modalità automatiche di risposte al telefono, cercando sempre di schiacciare zero (o niente) per vedere se un umano – sai mai – avesse preso la linea. Dunque, perché ci ostiniamo a voler offrire queste modalità lowcost ai nostri clienti?
Perché non sempre massimizzare la soddisfazione è la strategia migliore, almeno non con tutti i clienti. Ed esiste un limite oltre cui aumentare l'efficienza del customer care non porta beneficio. Questo succede quando da una parte il cliente vuole che qualcuno risponda in tempo reale e che sia un umano, dall'altra però è perennemente alla ricerca del prezzo più basso, in cui il fattore qualità dell'assistenza riveste nella scelta (e nella fedeltà) un ruolo marginale. Quando scegliamo un piano telefonico a 5 euro al mese, stiamo facendo una scelta precisa salvo poi lamentarci dopo che non riusciamo a prendere la linea per parlare con qualcuno. Il problema psicologico di fondo è che quando compriamo qualcosa crediamo che a noi non succederà mai di chiedere assistenza (e le aziende che danno troppa visibilità alla bontà del loro customer care nel momento dell'acquisto alla fin fine ci ricordano che il fail è dietro l'angolo). E allora ecco i bot. Non sono il massimo della vita, nessuno è deliziato, ma è in fondo quello che ci meritiamo.
— Influencer e pubblicità —
Tamara Viola in alcune storie su Instagram si chiedeva quale fosse il valore aggiunto degli unboxing #sponsored di alcuni influencer, la cui unica attività si riduce a “"Vediamo che c'è dentro! Emozione, che bello/buono/nuovo! Ecco il buono sconto!”. Personalmente li trovo intollerabili, e quei brand verrebbero guardati da me con sospetto al primo momento di possibile acquisto. Ma la prima cosa che ho imparato è che noi non siamo mai il nostro target. La seconda è che ci sarà sempre gente che preferirà farsi consigliare (anche non disinteressatamente) piuttosto che cercare e rischiare con la propria testa. È più comodo, in fondo.
Povero Taleb, da matematico non riusciva nei suoi libri a capire perché la gente non capisse il suo pensiero, cioè che “più è pubblicizzato, più il prodotto è scarso”, “sennò la pubblicità non servirebbe” dice lui. È vero il contrario ormai. La maggior parte delle persone associa il fatto che il brand si possa permettere un certo influencer alla prova inconfutabile che sia un brand figo/importante. Se posso comprare un influencer, vuol dire che il prodotto è buono. Il potere dell'influencer sulla scelta di acquisto è comunque alto, anche di quelli più “svenduti”, e il limite di saturazione pubblicitaria è molto soggettivo, nel pubblico.
Inoltre, non essendo quello dell'influencer un messaggio microtargetizzato, è in grado di creare conversazione e vicinanza tra i follower, creare un social object di cui parlare (non necessariamente in pubblico/online).
Alla fine, gli influencer (più o meno creatori ecc.) non sono altro che dei pubblicitari che hanno disintermediato i media e l'agenzia creativa (ma non l'impresario). Tengono in pugno le chiavi dell'accesso ai loro fan, si fanno pagare come un casellante, e come i vecchi media offrono credibilità e reach in modo modulabile. Vuoi più notorietà? Vuoi più credibilità/reputazione? Vuoi vendita diretta o awareness? Hai un'infinito catalogo di influencer su cui scegliere il giusto mix.
Dobbiamo confrontare pubblicità contro pubblicità: la credibilità dell'influencer comunque è più alta che nella pubblicità diretta dei brand, scesa ai minimi storici di fiducia. Forse i prezzi di questi unboxing caleranno per un ulteriore eccesso di offerta, sbilanciando l'equilibrio di domanda/offerta che andrà a scapito dei mega-influencer, ma di sicuro degli spacchettatori non ce ne libereremo mai.
— ICYMI —
Retail Omnichannel: Tim Mason & Gianluca Diegoli
— Sto leggendo —
Ordini auto-generati di graffette
Quali sono le caratteristiche della pubblicità che funziona?
Budget Generator | Thinkbox
— Strategy school —
Secondo Seth Godin, la storia del pickup dal vetro rotto di Tesla non è una grande idea in generale. Non perché il “purché se parli” sia passato di moda, ma perché il “purché se parli della biglia di metallo che rompe il finestrino” provoca attenzione ma non fiducia. Cioè è cool sugli early adopter, ma blocca il mercato degli Early Majority.
Early adopters are thrilled by the new. They seek innovation. Everyone else is wary of failure. They seek trust.
— IPSE DIXIT —
azael
Comunque c'è da dire che la sinistra si è allontanata dal popolo anche perché il popolo - rincoglionito da barbaredurso, pomeriggi sovranisti al centro commerciale e isoledeifamosi - fa veramente schifo al cazzo.
— Il quiz della settimana —
Ci sono più Old Wild West o Roadhouse in Italia?
— Corso di markettese —
“Per la prima volta, l’unicità di %brand% è stata tradotta in un emozionante viaggio digitale, grazie al quale si evincono i veri punti di forza della nostra acqua: l’alto contenuto di minerali, il gusto inconfondibile e l’impegno concreto per il riciclo del pet, afferma %manager%, manager di %brand%. E’ stato un enorme piacere lavorare con %agenzia%, non solo per l’indiscussa digital expertise ma soprattutto per l’inesauribile committment al progetto”.
— Programmatic —
— UX —
Sono tornati gli sciacquoni incomprensibili.
— Negozianti —
Roadhouse, ci vuole del coraggio a toccare l'erbazzone ai reggiani.
Come sempre, se questa lettera ti è piaciuta, inoltrala.
Take care, gluca
Risposta al quiz: ci sono più Old Wild West, 200 a 150 circa.
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Gianluca Diegoli

Lettera settimanale su marketing, digitale, strategia, retail, e-commerce.

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